lonfa e divertiti con la metasemantica
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Questo munzo
Questo munzo
Così tranzo
Così palliero
Così gnacco
Così sfignato
Questo munzo
Grallo come il crato
Stonco come il bembo
Quando il bembo è brulivo
Questo munzo così preccio
Questo munzo così brasco
Così frice
Così gnasco
Così balzorio
Grignante di pallura come un menguino in gruio
E così esecosé
Come un tromo che squilla nel laquore di magnotte
Questo munzo che sfragliava i ranni
Che li faceva torlare
Che li faceva inquaqquerire
Questo munzo guallato
Perchè noi lo guallavamo
...
...
Contributo anagrammatico
alla conoscenza di Fosco Maraini
di S. Bartezzaghi, da Lessico e Nuvole 14/6/2004
Fosco Maraini, padre di Dacia, ha fatto molto per la letteratura senza senso in Italia.
Etnologo, orientalista e scrittore, ha scritto la propria autobiografia in terza persona per "prendere un po' in giro il protagonista". Dichiarava il suo amore per la sonorità delle parole. In un'intervista, per esempio, ha detto: "La mia prima moglie si chiamava Topazia Alliata di Salaparuta... Mi pareva di aver sposato un suono. Il nostro è un matrimonio fonetico, le dicevo sempre..."
Proseguiva: "La parola è una caramella, qualcosa da rigirare con voluttà tra lingua e palato, estraendone fiumi di sapori e di delizie" (l'immagine è gaddiana: "È in lingua nostra, che la parola si può stirare, contrarre e metastatare (palude, padule: femminile e maschile) secondo libidine, come la fusse una pasticca tra i denti"; "Lingua letteraria e lingua d'uso").
«Sarebbe opportuno, anzi direi sarebbe addirittura canonico, presentarsi con un piccolo preambolo teorico. Signori, potrei dire, eccovi alcuni esperimenti di poesia metasemantica. Ora mi spiegherò. Per millenni il procedimento principe seguito nella formazione e nell'arricchimento del patrimonio linguistico è stato questo: dinanzi a cose, eventi, emozioni, pensieri nuovi, o ritenuti tali, trovare suoni che dessero loro foneticamente corpo e vita, che li rendessero moneta del discorso. A tale intento, in genere, servivano suoni che già venivano impiegati per significati consimili. Inventi il cannocchiale e sommi canna con occhiale […], talvolta serve il nome d'una persona (siluetta, besciamella), tal altra il nome d'un luogo (pistola, baionetta) […]. Nella poesia, o meglio nel linguaggio metasemantico, avviene proprio il contrario. Proponi dei suoni e attendi che il tuo patrimonio d'esperienze interiori, magari il tuo subconscio, dia loro significati, valori emotivi, profondità e bellezze. È dunque la parola come musica e come scintilla.»
Giracchia vorticando un caligello
e sfrìggican le fonfe in gnegnoloni
stragizza firignàtico un morfello
tra i gugli, i melisappi, i tarpagnoni.
Spiffate o bellindane i tornichetti,
spiffate ninfaroli le fernacchie!
Chi spiffa si rispàffera in budretti
chi ciucca si rincòcchera in gerlacchie.
Gettiamo i bustifagni alla malventa?
E i lònferi nel fuoco piripigno?
Straquasci l'orgicaglie a luna sbrenta
e trònagi lupastro il frizzivigno!
Fosco Maraini
Io t'amo o pia cicala e un trillargento
ci spàffera nel cuor la tua canzona.
Canta cicala frìnfera nel vento:
E gnacche alla formica ammucchiarona!
Che vuole la formica con quell'umbe
da mòghera burbiosa?E'vero,arzìa
per tutto il giorno,e tràmiga e cucumbe
col capo chino in mogna micrargìa.
Verra' l'inverno si,verra'il mordese
verranno tante gosce aggramerine,
ma intanto il sole schìcchera gigliese
e sgnèllida tra cròndale velvine.
Canta cicala,càntera il manfrore,
il mezzogiorno zàmpiga e leona.
Canta cicala in zìlleri d'amore:
E gnacche alla formica ammucchiarona!
Se il mànio ti va tutto a sbracamuffo
non ti sfrongiare uzzandoti nel letto
perché tra poco un frìscolo batuffo
farà il tuo giorno rùpido e perfetto.
Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dagro e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infrangelluto,
ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzìllano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;
è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio
in cui m'hai detto "t'amo per davvero".
Fosco Maraini
Il topide rintanazzato s'alluccò intorno torno
Poi ciusside smagò ed insenechì all'orno.
Tuzzi a brenta fracchi fracchi lo ristorno
Che l'averta gli spaparchiò berda un lorno.
Rampatta inzarno i radi cugoli biansastri
Inspelagrito dal fulmide al sil lampastro
Rifionda all'onda e barbisce agrasto
E tra sè e sè fulpo sdilisce e biagio avazza
Che intanto tanto è tutta una ranfazza
Fosco Maraini
Un vero cratto, il serbide tracagna
Il serbide il bostracco sfragna.
Lo slavato ormai s'infrega
Spaparannato sul caprigno mare.
L'occidentro bulpo s'archifratta
E fra sè e sè dice: purchè s'allappa.
Fosco Maraini
Lo zucchio che sciallicca, che sbavaglia
Inciucia ogni strafugio a troncifonco.
Truguglia loppo loppo e pur tramaglia,
Chi non sdilingua, lui lo tien a cionco.
Rospilioso ciuglia e altrui sbiduglia
A lasciarlo far, sotolo sotolo,
T'affarferebbe anche la camaglia:
Quest'orso borso, faccia da trocolo.
Il sangue buliga, mi vien lo scorbuto
Che simil zucchio fonchi inpunemente
Nè levarselo si può, ahimè d'intorno
O farlo restar per sempre avazzuto
Ch'ogni spertugio gnorra beotamente
E se ne infrega e cionfa a perditorno.
Fosco Maraini