lonfa e divertiti con la metasemantica
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Svorgignato e rinaplato
il Torfo ormai è muto
tutto ritto schirazzato
si rastregna nel triffato
E' troppo troffo il Torfo
è smurzo e smengignato
tanto che gli orcotteresti un plisco
e lo stirelozzeresti abbominato
E'morto e lo sapegna
si svarnezza e attende solamente la mantegna
te lo vedi arrignattare con lo strisciotto
così subito gli scozzi un bel golfo
il parfaio ti sconfiffera a' carretta
ti si infanfola a' brugatta
s'ammuffifferar carciollo
ti rimballapallanfaccia
non si ingurgia la mosterca!!!
ne' la guana trifolata
che lo serva dallo spio,
cina smerlazzato ‘l pazzo
e svissero niente
sfelici e incontinenti
E’ Pasqua: s’odarcan le tintinne gridanciane
In lusto e in glasto per la gragna in festa
Bisbeglian lietamente le moffane
Per la giollana lungamente adesta
Nei corci aspirti è tutto un ristacare
Non c’è lustarca che non sdigli ammivo
Tutti a sompire per ricegurare
Tutti a presmare con volento vivo
Nell’aire c’è uno zafolo leggiante
Che invinge a unimondale bradellanza
Ognuno impare emmodo e più edulante
E allora affino a chi non ti sconfanza
L’abbrinci e zilli in melia fettuosante
Questa è la Pasqua: com’una parallanza!
Gagonzolai, fravvento e maldrungato
presso l'arspice terrigno della campustre strella.
Sbonzo, sperdato e capluto mi avvonghiai
sul erspice e accarazzato sfrinio.
Frocchio di sgrassi mongolava dalla pranga dei miei strelfi,
ma io, affallucchiato, morgimai lo stesso.
La strolfa brimbuta versacchiò verso di me,
ed io, con un vargo mommoloso, le frugugnai il pantino.
"Buggi, buggi, o mio gnicchilo bongolino!" le dissi,
ma ella, incrapettevole e margimata, mi dilacchiò.
Trazzitto, contronfai ancora...
E domorro, orbonde posdomorro, monzolerò forse verso GrostoForotto, mio ambio colletto.
Glumerollo se ne stava
come Apollo su un atollo,
Ma flatarago è il cotipino!
e bupopistro il canapino!
Omameppo col suo becco
coperago il clofrottado,
Flefrissaco il semisecco
crattavaglia il viscontado.
Allorchè glapitturando
il lalemutto con un crappo
cadde in acqua abbacando
dorusato come un drappo.
Ketana :))
Ho scoperto il Lonfo, e per me è stata una rivelazione :))Mi è spesso capitato nelle mie "scritture"
Etciù. Sai quanto nobile
Fato del tal gnarfìro
Zeppe la quaglia intèmure
Olla di tarco allìro,
Quarì balossa, impòrita
Camarra annunzio là.
Lula squanzando all'èrima
Onta dell'uom vernale;
nessa plandòna mìrile
onda dappè
Trasalisce e gnacchera la pilla,
pur’anche sbeffa e s’archiapella,
ma la notte sbiscia
e tosa tosa,
zola,
saramatta.
Non’è fesa la pilla,
nemmen fra zille e fra milaffe,
e quan vien giù,
fra tosche e lacche
più non sbiscia
e pian
s’accloscia.
Ora romita la pilla,
senza accazzo o fregno alcuno,
non si arringhia e s’arromilla,
più di lasco che di mazzo.
E se il raschio più non veme?
Tumida pilla, come geme.
Salliscia e sarropiglia,
legna e presto cagna.
Quand’anche il giorno
testo, sugna
lei non rede,
ma samida, sempre zola,
la bedolla vagna.
Il penduracchio attrito nel cimauro
Intrungogliossi in gelido ponfino
Entropperòcchè un tannico tesauro
Bardava cheto, bardava girondino.
Era d’intorno un parmolo milotto
Col mergellin che trela in su la praga
Io colbacchivo garrulo e barzotto
E non frenivo a prostila o tincaga.
Quandecco che ad un gatto
Si impose l’antrasura
Birillico e mai stratto
Marriva di gallura!
Egli si grompellava
Di mallere le doglie
Ma il coroner drusò
Sotto mentite spoglie.
Me ne stavo gualciuto e straponfio
In un’ottica di mare stova,
quando fusse come un canso ronfio
un pirtone, ed esso si colmava.
E quanto si continse il guardalloppo
Dalle brumanti schiere di garutto
Mi rattulai un pelo entr’il panciotto
Per emular consenti come brutto.
Fastoni nel sedere? Andullo!
Si bandoleva intento quel pirtone
Di subumana dote il carmadillo.
Finii col bansurare un carmilacco
In pallidi arriganti fenotravi
Pertanto che la mina scorse il tacco
Che si sforzar, ma ancora non capivi.